Architettura e urbanistica nelle Terre d’Oltremare

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Architettura e urbanistica nelle Terre d’Oltremare

Dodecaneso, Etiopia, Albania (1924-1943) Catalogo della mostra

a cura di Ulisse Tramonti
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DETTAGLI 

Formato Dimensione Pagine Lingua Anno ISBN
LIBRO 21x29,7 288 Italiano 2016 978-88-6923-227-5

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Il 1936, con l’accrescimento dei domini coloniali africani e la nascita dell’Impero, costituì un anno chiave per le conseguenze che tali eventi portarono nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Le colonie italiane comprendevano ormai, dalle isole dell’Egeo alla Libia fino all’Africa Orientale Italiana, territori diversi per aspetti climatici e orografici, per patrimonio architettonico, per varietà razziali della popolazione, tutti però caratterizzati da un insieme di condizioni economiche estremamente difficili che ponevano al governo centrale problemi di particolare impegno. Le linee operative e ideologiche, che fino a quel momento avevano guidato la gestione e la progettazione dei territori coloniali, mutarono e richiesero con tempestività ad architetti e ingegneri di rendersi disponibili a interpretare le nuove aspettative del regime fascista, con particolare attenzione a quelle che riguardavano la difesa della razza, il controllo militare del territorio e soprattutto l’autosufficienza agricola. Dopo una campagna di conquista, condotta come una vera e propria guerra di repressione e di sterminio dei civili e delle élite locali, il fascismo considerò l’Etiopia come una “terra vergine”, ricca di opportunità, popolata da contadini-coloni, particolarmente predisposta alla sperimentazione di nuovi assetti territoriali e all’applicazione di nuove forme di urbanizzazione. L’introduzione della “zonizzazione etnica” all’interno delle città, estesa nel 1937 a tutte le colonie italiane dell’Africa Orientale, prevedeva nei piani urbanistici una nettissima separazione tra indigeni e italiani, con la formazione di zone indigene distinte fra di loro a seconda delle varie razze e una netta divisione per classi sociali nella città dei colonizzatori. Il Piano adottato nel 1939 per Addis Abeba, la capitale del nuovo Impero, progettato da Cesare Valle in collaborazione con Ignazio Guidi, fu il modello esemplare di questa concezione discriminatoria, presto accantonato dall’occupazione inglese del 1941. Anche il Possedimento italiano delle Isole Egee fu soggetto a recrudescenze imperialiste, quando il governatore Mario Lago fu sostituito nel 1936 dal quadrumviro Enrico Maria De Vecchi di Valcismon, che sottopose a un processo di “purificazione” le scenografiche architetture rodiesi di gusto déco di Florestano di Fausto. L’Albania fu l’ultimo paese colonizzato a far parte dell’Impero nell’aprile del 1939, nonostante che il “Paese delle Aquile” fosse entrato nella sfera degli interessi italiani già dal 1912, alla chiusura del conflitto italo-turco, e nel decennio successivo l’Italia avesse consolidato il rapporto con consistenti aiuti finanziari. Il Piano per la capitale del Regno di Albania, progettato da Gherardo Bosio e adottato nel 1940, rese Tirana una “sezione trasversale” dell’architettura italiana della prima metà del Novecento, dove nel grande asse strutturante della città risulta evidente il tentativo di mediare le istanze monumentali di rappresentanza e le istanze di spontaneità del tessuto preesistente, scardinando i contemporanei modelli romani di riferimento.

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