From Spiegelberg’s “I-am-me” Experience to the Solipsistic Experience: Towards a Phenomenological Understanding, Tsuneo Watanabe

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Da Encyclopaideia n° 29, 2011, Anno XV. 

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Abstract

Dall’esperienza “Io-sono-me” di Spiegelberg all’esperienza solipsistica: verso una comprensione fenomenologica

Tsuneo Watanabe

Nel 1964, il filosofo fenomenologo Spiegelberg investigò l’esperienza “Io-sono-me” in bambini e adolescenti, un argomento che sembrò per lo più trascurato da filosofi e psicologi. Egli citò alcuni episodi tratti dalla letteratura scientifica europea per illustrare questa esperienza. Uno di questi, il “caso di Emily”, descritto nel romanzo di Richard Hughes (1923), è abbastanza paradigmatico. In questo episodio, una bambina di otto anni, di nome Emily “improvvisamente capì chi fosse”. Allora, lei si domanda: “Quale agente (agency) ebbe ordinato chi tra tutte le persone nel mondo che avrebbe potuto essere, lei era quella particolare persona, questa Emily?”. Dopo aver analizzato questo e altri esempi, Spiegelberg condusse altri studi tramite questionari e identificò molte interessanti esperienze “Io-sono-me” tra gli studenti universitari e di scuole superiori. Egli concluse che di molti più studi ci sarebbe stato bisogno per dipanare questa esperienza.
Nei paesi occidentali, sono state condotte sull’argomento poche ricerche. Dagli anni ’80, tuttavia, ricercatori giapponesi hanno condotto un insieme di inchieste tramite questionari dell’esperienza “Io-sono-me”. Questi studi hanno identificato caratteristiche precedentemente sconosciute di questa esperienza e hanno determinato il fatto che l’esperienza “Io-sono-me” è una di quelle che supportano l’incongruità e l’incertezza riguardanti la conoscenza apparentemente auto-evidente del sé. È espresso tipicamente da domande quali: “Io sono realmente io?” “Perché io sono me?” e “Perché io sono qui e ora?”. La ricerca indicò che circa il 30% degli studenti laureati e il 60% di quelli della scuola secondaria hanno avuto questa esperienza almeno una volta. È molto probabile che questa esperienza venga vissuta per la prima volta durante l’infanzia, ma il ricordo può svanire prima dell’età adulta.
Recentemente, la ricerca empirica sull’esperienza “Io-sono-me” è stata estesa fino a includere le esperienze solipsistiche. Tali esperienze sono tipicamente espresse “Non ci potrebbero essere altri ‘sé’ al mondo come me!”. Circa il 6% dei laureati hanno riportato di aver vissuto tale esperienza. Una caratteristica comune a tutte le esperienze solipsistiche è l’assenza della reciprocità tra il sé e gli altri.
Questi due tipi di esperienza possono essere comprese fenomenologicamente. Introducendo il concetto di “auto-evidenza” del proprio sé a se stesso, come sostenuto da Blankenburg (1971) e Kimura (1973), le due esperienze vengono definite in termini fenomenologici: un’esperienza “Io-sono-me” si riferisce a un sconvolgimento nella “auto-evidenza dell’identità, propria di un individuo”, mentre un’esperienza solipsistica si riferisce ad un sconvolgimento nella “auto-evidenza della identità, propria di un individuo come membro della specie”. Entrambe queste esperienze possono di conseguenza essere integralmente comprese come due aspetti di un medesimo fenomeno: uno sconvolgimento nell’auto-evidenza del sé proprio di un individuo. Successivamente, dimostro che certe esperienze vissute da pazienti schizofrenici esemplificano la perdita dell’auto-evidenza della identità propria di un individuo. Inoltre, aggiungo che certi altri casi, come, per esempio, i casi di individui che soffrono di disturbi dello spettro autistico, esemplificano la perdita dell’auto-evidenza del proprio sé come membro della specie. Ciò che distingue queste esperienze psicopatologiche da quelle raccolte da giovani individui “normali”, vissute durante l’infanzia e l’adolescenza, non è il contenuto strutturale, ma il loro modo di essere esperite. Dopo aver discusso della legittimità di una comprensione integrale dell’esperienze psicopatologiche e di queste “esperienze di sviluppo”, per chiarire la relazione tra esperienze “Io-sono-me”, le esperienze solipsistiche e le esperienze psicopatologiche, propongo un modello a spirale dello sviluppo personale, nel quale lo sviluppo può essere visto come qualcosa che oscilla tra la realtà soggettiva e quella oggettiva. In conclusione, suggerisco il concetto di “epoché di sviluppo”. Né come un filosofo che utilizza l’epoché fenomenologica né come il paziente di Blankenburg (1971) che soffre di una epoché patologica, si potrebbe incontrare la fondamentale scissione nel soggetto (Ich-Spaltung di Husserl) durante certe fasi del normale sviluppo personale, specialmente nell’infanzia.

Parole chiave: Esperienza “Io-sono-me” – Esperienza Solipsistica – Auto-evidenza del Sé – Schizofrenia – Autismo – Epoché di Sviluppo

English Abstract

The “I-am-me” experience, whose typical expressions are “Why am I me?” and “Why am I here and now?” was first investigated by Spiegelberg in 1964. Research in Japan since the 1980s indicates that approximately 30 percent of undergraduates have had this experience at least once, with the first experience most likely to have occurred in childhood. Recently, empirical research into this experience has been extended to include solipsistic experience, typically expressed as, “There might be no other ‘selves’ except myself in the world!” Defining these experiences with reference to Blankenburg’s concept of self-evidence allows a phenomenological understanding of them. The “I-am-me” experience is a disruption in the self-evidence of one’s own self-identity; solipsistic experience is a disruption in the self-evidence of one’s own self as a member of the species. A comparison of these experiences with schizophrenic and autistic experiences illustrates the relationship between them and “normal” and psychopathological development.

Keywords: I-am-me Experience – Solipsistic Experience – Self-evidence of one’s own Self – Schizophrenia – Autism – Developmental Epoché

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